Stato-mafia, Napolitano ci ripensa: "La mia testimonianza non serve"

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un a lettera alla Corte d’Assise di Palermo nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia. «Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire», si legge in un passaggio.

Presidente della Repubblica – Giorgio Napolitano

Dal Colle – “Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di poter fare se davvero ne avessi da riferire e tenderei a fare anche indipendentemente dalle riserve espresse dai miei predecessori Cossiga e Scalfaro, sulla costituzionalità della norma di cui all’articolo 205 del codice di procedura penale”. Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si esprime nella lettera inviata il 31 ottobre al presidente della Corte d’assise di Palermo, Alfredo Montalto, che sta celebrando il processo sulla trattativa Stato-mafia. Il Capo dello Stato è attualmente ammesso fra i testi del dibattimento. La lettera è stata depositata poco fa in cancelleria.

Nessuna confidenza da D’Ambrosio – “Dei problemi relativi alle modalità dell’eventuale mia testimonianza la Corte da lei presieduta è peraltro certamente consapevole, come ha – nell’ordinanza del 17 ottobre – dimostrato di esserlo dei ‘limiti contenutistici’ da osservare ai sensi della sentenza della Corte costituzionale del 4 dicembre 2012”. Lo scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nella lettera al giudice Alfredo Montalto, che presiede il processo per la trattativa Stato-mafia. Napolitano dovrebbe essere ascoltato sulle confidenze fattegli dal suo ex consigliere giuridico, Loris D’Ambrosio, morto nel luglio 2012 dopo le pesantissime polemiche relative alle sue telefonate con l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, oggi imputato di falsa testimonianza nel giudizio palermitano. Il capo dello Stato sottolinea però di non aver “in alcun modo ricevuto dal dottor D’Ambrosio qualsiasi ragguaglio o specificazione circa le ‘ipotesi’ – solo ipotesi – da lui ‘enucleate'”.

D’Ambrosio scrisse una lettera (fatta pubblicare da Napolitano) in cui esprimeva la sensazione di essere stato utilizzato come “utile scriba per fungere da scudo a indicibili accordi”, nel periodo delle stragi del ’92, oggetto del processo in corso in Corte d’assise. Un riferimento che riguarda il periodo in cui il magistrato lavorava al ministero della Giustizia e scrisse il decreto che consentì la nomina di Francesco Di Maggio al vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Nomina irregolare, secondo la Procura, diretta a favorire l’ascesa a un ruolo-chiave di un personaggio come Di Maggio (anche lui morto, nel 1996) che avrebbe curato la “trattativa” per l’alleggerimento del carcere duro ai boss in cambio della rinuncia della mafia alle stragi. Su questo punto ecco la precisazione del presidente della Repubblica: “L’essenziale è comunque il non aver io in alcun modo ricevuto dal dottor D’Ambrosio qualsiasi ragguaglio o specificazione circa le ‘ipotesi’ – solo ipotesi – da lui ‘enucleate’ e il ‘vivo timore’ cui il mio consigliere ha fatto generico riferimento, sempre nella drammatica lettera del 18 giugno, rinviando al suo scritto inserito, come sapevo, nel recente volume di Maria Falcone. Ne io avevo modo e motivo – neppure riservatamente, nel colloquio del 19 giugno – di interrogarlo su quel passaggio della sua lettera”.

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da Affaritaliani.it

 
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